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A San Pellegrino in Alpe il secondo delitto arrivò troppo presto.
Non perché il paese fosse impreparato, ma perché aveva appena rimesso via le sedie.
Il corpo fu trovato di mattina, che è già una mancanza di rispetto. Non al monumento, non al confine, nemmeno al Dopolavoro Ferroviario.
Fu trovato dentro il Museo Etnografico, che nessuno visitava dal 1987 e che serviva principalmente a custodire oggetti di cui nessuno ricordava l’uso.
Il morto era steso accanto a una zangola.
La zangola, per completezza, era emiliana.
Gino Balocchi lo seppe mentre stava correggendo un articolo su una mucca che aveva deciso di cambiare regione per motivi sentimentali. Chiuse il giornale, infilò l’impermeabile e sospirò.
«Non hanno nemmeno aspettato il cambio di stagione,» disse.
Il commissario Ermete Passalacqua arrivò dieci minuti dopo, con l’aria di chi ha appena capito che l’esperienza non mette al riparo da niente.
«Di nuovo?» chiese.
«Di nuovo,» rispose il paese, senza entusiasmo.
Il morto non era un forestiero.
Ed era questa la parte peggiore.
Era Albano Ricci, presidente del Comitato per la Valorizzazione delle Tradizioni Locali, incarico che a San Pellegrino significava decidere quali cose non cambiare mai e quali cambiare solo di nome.
Indossava il cappotto buono.
Scarpe pulite.
Espressione sorpresa, ma non troppo.
«Questo,» disse Gino guardando la scena, «non è un delitto d’impeto.»
«No?» fece Passalacqua, già stanco.
«No. Questo è un delitto organizzato male.»
Fuori, il confine fece un mezzo passo indietro.
Come quando riconosce una storia lunga.
E il mese ricominciò.
Il sindaco di San Pellegrino in Alpe si chiamava Onorevole Egidio Bartolini, ed era sindaco solo per distrazione.
Deputato del governo in quota PCI, viveva stabilmente a Roma da così tanto tempo che il paese aveva smesso di considerarlo una persona e lo aveva archiviato come un’ipotesi amministrativa.
A San Pellegrino non lo vedevano da anni. Qualcuno giurava di averlo incrociato una volta, ma solo perché aveva letto il nome su un manifesto.
Arrivò il giorno dopo il delitto.
O meglio: fu annunciato.
Un’auto blu comparve al bivio, fece due metri sul lato toscano, tre su quello emiliano, poi si fermò indecisa. Il confine non riconosceva l’autorità.
Bartolini scese con il cappotto lungo, la sciarpa rossa, l’aria grave di chi ha appena pronunciato la parola territorio in una frase sbagliata. Parlava come se ogni frase dovesse essere riportata, ma nessuno prendeva appunti.
«Compagni,» disse.
Nessuno rispose.
Era una parola fuori stagione.
Gino Balocchi lo guardò come si guardano le statue spostate male.
«Lei è…?» chiese per educazione.
Bartolini sorrise con indulgenza.
«Il sindaco.»
La frase cadde a terra e si ruppe.
Il commissario Passalacqua intervenne, più per pietà che per protocollo.
«Ah. Giusto. Certo.»
Bartolini volle subito vedere il Museo. Parlò di cultura popolare, di radici, di memoria condivisa. Si mise davanti al corpo di Albano Ricci e sospirò come se fosse un dato statistico.
«Un fatto grave,» disse. «Gravissimo. Politicamente delicato.»
«Umanamente?» chiese Gino.
Bartolini fece finta di non sentire.
Era molto bravo a farlo.
Annunciò una commissione, una visita ministeriale, un convegno. Promesse così vaghe che nemmeno il confine riuscì a capirle.
Quando se ne andò, lasciò dietro di sé solo una scia di parole e l’impressione di un uomo che aveva governato tutto, tranne il posto per cui era stato eletto.
«È sempre stato così?» chiese Passalacqua.
«No,» disse Donato dal fondo. «All’inizio veniva anche qui a bere.»
«E poi?»
«Poi ha smesso di bere con noi.
Ed è lì che ha perso il paese.»
Fuori, il Museo scricchiolò.
Come se stesse ridendo.
Albano Ricci cominciò a risultare antipatico già dalla seconda ora dopo la morte.
È un record rispettabile.
Il Museo Etnografico, interrogato con pazienza dal commissario Passalacqua, iniziò a restituire dettagli. Non prove: abitudini. Ed erano quelle che inchiodano.
Albano Ricci era presidente di tutto ciò che poteva presiedere senza alzarsi dalla sedia. Decideva quali tradizioni erano autentiche e quali no. Aveva bocciato feste, cambiato nomi, spostato processioni “per coerenza storica”, che a San Pellegrino equivale a bestemmiare con dizionario alla mano.
«Era uno che difendeva il passato?» chiese Passalacqua.
Gino scosse la testa.
«No. Era uno che lo gestiva.»
Nel frattempo il sindaco Bartolini tornò. Non perché servisse, ma perché sentiva di dover apparire. Si piazzò davanti al Museo con due bandiere, una rossa e una sbagliata, e convocò una conferenza stampa senza stampa.
«Questo delitto,» disse solennemente, «è un attacco ai valori popolari.»
«Quali?» chiese Gino.
Bartolini esitò.
Era il suo momento preferito.
«I valori… condivisi,» rispose.
Annunciò che il Museo sarebbe stato chiuso “per rispetto”. La popolazione reagì con sollievo: finalmente una decisione sensata, anche se per sbaglio.
Poi propose di intitolare una piazza ad Albano Ricci.
Il paese, a quel punto, cominciò a offendersi.
«Albano aveva nemici?» chiese Passalacqua.
Donato rise.
«No. Aveva utenti.»
Nel tardo pomeriggio saltò fuori che Ricci aveva recentemente deciso di “uniformare” il confine culturale del paese. Unificare tradizioni. Eliminare doppioni. Ridurre.
Il confine, quella notte, si mosse di scatto.
Come fanno le cose quando si sentono minacciate.
Gino capì una cosa semplice:
il morto non era stato ucciso per quello che aveva fatto,
ma per quello che stava per sistemare.
E a San Pellegrino, quando qualcuno sistema troppo,
qualcosa si rompe.
Chiudere il Museo Etnografico fu un errore tecnico.
Appena le porte si serrarono, il posto cominciò a parlare sul serio.
Le persone, private della possibilità di ignorarlo, iniziarono a ricordare. E i ricordi, a San Pellegrino in Alpe, hanno il brutto vizio di presentarsi in gruppo.
Saltò fuori che Albano Ricci aveva recentemente cancellato tre feste storiche perché “ridondanti”. Una sagra del formaggio troppo simile a un’altra. Una processione con troppe varianti. Un falò che non rispettava più “l’assetto originario del 1923”, anno che nessuno ricordava per altro.
«Era un uomo di sintesi,» commentò Gino.
«Era un uomo di tagli,» rispose Donato. «E senza anestesia.»
Il sindaco Bartolini, informato della cosa, reagì con entusiasmo fuori luogo.
«Bene!» disse. «Razionalizzare è progresso.»
Il paese lo guardò come si guarda un temporale che arriva dalla direzione sbagliata.
Il commissario Passalacqua visitò il Museo chiuso. Le teche, al buio, sembravano più oneste. Una didascalia era caduta. Sotto c’era una scritta a matita:
“Non si usava così.”
Passalacqua sospirò.
Stava imparando.
Gino parlò con gli anziani. Tutti avevano una versione diversa delle tradizioni. Tutti avevano ragione. Tutti erano stati corretti da Albano Ricci almeno una volta.
«Ci diceva come avevamo sempre fatto le cose,» disse una donna. «E sbagliava con grande sicurezza.»
Quella sera, al Dopolavoro Ferroviario, qualcuno propose di rifare una festa cancellata. Senza autorizzazioni. Senza programma.
Il confine fremette.
Non di rabbia.
Di nostalgia.
Gino annotò una frase che non era ancora una conclusione, ma ci somigliava:
Quando togli le feste a un paese, prima o poi ti toglie il rispetto.
E il secondo delitto, lentamente, cominciò a prendere una forma meno astratta.
Il passato tornò a ballare senza avvisare nessuno.
A San Pellegrino in Alpe non succede spesso, ma quando succede non chiede il permesso.
La festa cancellata venne rifatta di sera, in modo irregolare e non documentato. Niente manifesti, niente permessi. Solo gente che sapeva dove andare perché c’era sempre andata.
Il sindaco Bartolini ne venne a conoscenza il giorno dopo e si indignò con precisione burocratica. Parlò di abuso, di decoro, di responsabilità collettiva. Nessuno lo ascoltò fino in fondo.
«È una rievocazione spontanea,» disse Gino.
Bartolini annuì come se avesse capito.
Non era vero.
Il commissario Passalacqua osservò la festa a distanza. Vide gente che rideva senza coordinarsi, ballava senza schema, ricordava senza citare fonti.
Albano Ricci non avrebbe approvato.
Ed era un dettaglio importante.
Durante la festa, qualcuno aveva portato un oggetto dal Museo. Una campanella antica, senza cartellino, che Ricci aveva tolto dall’esposizione perché “non sufficientemente contestualizzata”.
La campanella suonò storta.
Ma suonò.
Donato la riconobbe.
«Era di mia nonna,» disse. «O forse no. Ma suonava così.»
Gino capì che il morto aveva toccato cose che non erano sue. Non per cattiveria. Per ordine.
Il confine quella notte fece un giro largo.
Come quando si aggira un ostacolo.
E qualcuno, in mezzo alla musica sbagliata e alle risate fuori tempo, capì che Albano Ricci non era stato solo antipatico.
Era stato definitivo.
E in un paese così, essere definitivi è un rischio enorme.
Il Museo Etnografico riaprì senza che nessuno lo decidesse.
Semplicemente, una mattina, la porta era aperta.
Non c’erano cartelli, né nastri, né inaugurazioni. Qualcuno aveva rimesso a posto le sedie, qualcun altro aveva spostato le teche. Le didascalie erano cambiate: più corte, meno sicure.
Una diceva solo:
“Così si faceva. Più o meno.”
Il commissario Passalacqua entrò con cautela, come si entra in una casa che non è più del tutto tua. Non prese appunti. Ormai aveva capito che il Museo non voleva essere verbalizzato.
Gino Balocchi arrivò poco dopo. Guardò una vetrina nuova, improvvisata, con oggetti che Albano Ricci aveva tolto perché “difficili da spiegare”.
«Sono i migliori,» disse.
«Non spiegano niente,» rispose Passalacqua.
«Appunto.»
Il sindaco Bartolini tentò di intervenire da Roma. Mandò una lettera ufficiale, lunga quattro pagine, che arrivò piegata male e fu usata per livellare un tavolo. Delegò tutto a una commissione che nessuno riconobbe.
«Ha delegato anche il fastidio,» commentò Donato.
Nel pomeriggio, una voce cominciò a circolare: Albano Ricci aveva litigato con mezzo paese negli ultimi mesi. Non urla. Correzioni. Piccole, continue, definitive.
Gino annotò un dettaglio nuovo:
la zangola accanto al corpo non era lì per caso.
Albano l’aveva appena fatta togliere dal percorso didattico.
“Troppo ambigua,” aveva detto.
La sera, il confine rimase immobile.
Non per calma.
Per attenzione.
Qualcuno stava per sbagliare di nuovo.
Le ipotesi emersero piano, come fanno le cose che non vogliono essere notate. Nessuno parlava di colpevoli. Si parlava di precedenti, che a San Pellegrino in Alpe è la stessa cosa ma con più educazione.
Albano Ricci, negli ultimi mesi, aveva corretto tutti. Non una volta. Tutti i giorni. Con garbo, con documenti, con citazioni. Un’educazione così puntuale da risultare offensiva.
Una donna disse a Gino:
«Mi ha spiegato come faceva mia madre a fare il pane. Mia madre era lì.»
Un uomo aggiunse:
«Mi ha tolto il ruolo di figurante perché non ero storicamente coerente. Mio nonno lo faceva da quarant’anni.»
Il commissario Passalacqua ascoltava e prendeva pochi appunti. Stava imparando che le liste troppo lunghe non servono.
Il sindaco Bartolini, da Roma, parlò di “clima avvelenato”. Usò la parola mediazione in una frase senza soggetto. Nessuno capì a chi si riferisse.
Nel Museo, qualcuno aveva aggiunto un oggetto nuovo: una sedia sfondata, con un cartello scritto a mano:
“Qui ci si sedeva senza autorizzazione.”
Gino la guardò a lungo.
Non era ironia.
Era accusa.
Albano Ricci, ormai, non sembrava più un morto.
Sembrava un metodo.
E i metodi, quando muoiono, lasciano sempre qualcuno a metà strada.
Fu allora che qualcuno fece un nome.
Lo disse piano.
Come si dice una bestemmia in chiesa.
E il confine, per la prima volta, si mosse all’indietro.
Il nome, una volta detto, smise di essere solo un suono.
Cominciò a camminare.
Era Gualtiero Foresi, ex custode del Museo. Licenziato “per inadeguatezza narrativa”, formula inventata da Albano Ricci per dire che raccontava le cose come gli venivano.
Gualtiero parlava troppo.
Peggio: ricordava a modo suo.
Albano Ricci lo aveva sostituito con una guida registrata. Voce neutra, inflessione inesistente, durata controllata. Gualtiero, da quel giorno, aveva smesso di entrare nel Museo. Ma non di guardarlo.
Il commissario Passalacqua lo trovò seduto su una panchina, vicino al confine. Stava fischiettando una melodia che non stava in nessun archivio.
«Lei odiava Ricci?» chiese.
«No,» rispose Gualtiero. «Mi spiegava.»
Era una risposta peggiore.
Il sindaco Bartolini, informato del nome, reagì come reagiva a tutto: parlò. Disse che la cultura non poteva essere lasciata all’improvvisazione, che servivano criteri, che Albano Ricci era stato un servitore dello Stato.
«Di quale?» chiese Gino, scrivendo.
Bartolini non rispose.
Era occupato a riconoscersi nei comunicati.
Gualtiero raccontò che la zangola era stata spostata il giorno prima del delitto. Perché Ricci voleva riorganizzare il percorso. Rendere il gesto “più leggibile”.
«Il gesto non vuole essere letto,» disse Gualtiero. «Vuole essere fatto.»
Il confine ascoltò.
E rimase fermo.
Gino capì che Gualtiero non era un colpevole comodo. Era un uomo che aveva perso una storia. E quando perdi una storia, ti resta il tempo.
E il tempo, quella notte, cominciò a stringere.
Il sospetto, a un certo punto, smette di essere una persona e diventa un oggetto.
Successe così anche per Gualtiero Foresi.
Il commissario Passalacqua tornò nel Museo con l’attenzione di chi ormai sa dove non guardare. Fu Gino a notarlo: sotto la zangola, sul pavimento, c’era un segno nuovo. Un graffio semicircolare, recente. Non violento. Preciso.
«Non è una colluttazione,» disse Gino.
«No,» rispose Passalacqua. «È un gesto ripetuto.»
La zangola era stata girata più volte. Come si fa quando si spiega. O quando si dimostra.
Saltò fuori che Albano Ricci, il giorno del delitto, aveva convocato Gualtiero al Museo. Non per discutere. Per mostrargli come si raccontava davvero una tradizione.
«Gli faceva lezione,» disse Donato, informato dei fatti. «Errore da principiante.»
Il sindaco Bartolini, da Roma, prese posizione.
«Massima fiducia negli organi competenti,» dichiarò, che a San Pellegrino significava: non fatemi domande.
Gualtiero fu interrogato di nuovo. Raccontò tutto. Troppo. Con dettagli inutili, tempi sbagliati, emozioni fuori scala. Ma una cosa era chiara: non aveva negato di esserci.
«Io gli ho detto che quella zangola non era un oggetto,» disse. «Era un ritmo.»
«E lui?» chiese Passalacqua.
«Ha preso appunti.»
Il Museo, quella sera, fece una cosa imperdonabile: rese chiaro.
La zangola non era caduta.
Era stata spinta, piano, durante una dimostrazione.
Albano Ricci aveva perso l’equilibrio.
E nessuno aveva fermato il gesto.
Il confine si mosse di lato.
Non per scappare.
Per non vedere.
Gino capì che non c’era stato odio.
C’era stata coerenza.
E quella, a volte, uccide.
Il delitto, a quel punto, si fece piccolo.
Non meno grave.
Più preciso.
Albano Ricci non era stato ucciso.
Era stato lasciato continuare.
La dimostrazione della zangola, ricostruita dal commissario Passalacqua con l’aiuto riluttante del Museo, risultò semplice. Ricci spiegava. Gualtiero ascoltava male. La zangola girava. Il gesto si ripeteva. La voce diventava più alta. Il corpo più rigido.
Poi un passo falso.
Un inciampo minimo.
Una caduta senza dramma, ma con esito definitivo.
«Poteva essere evitato?» chiese Passalacqua.
Gualtiero ci pensò.
«Sì.»
«Perché non l’ha fatto?»
«Perché stava spiegando male.»
La frase cadde come un attrezzo.
Il sindaco Bartolini, informato della nuova ricostruzione, reagì con disagio. Non era un delitto da dichiarazione ufficiale. Era un delitto che faceva sembrare inutili le parole.
«Non possiamo chiamarlo omicidio,» disse da Roma.
«E non possiamo non chiamarlo,» rispose Gino, scrivendo.
Il paese cominciò a dividersi. Non in fazioni. In sfumature.
C’era chi diceva: “È stato un incidente”.
Chi rispondeva: “Ma nessuno ha allungato la mano”.
Il confine oscillava poco.
Come quando una bilancia non vuole decidere.
Passalacqua capì che il problema non era trovare un colpevole, ma sceglierne uno che il paese potesse reggere.
E Gino capì che il suo articolo, questa volta, avrebbe fatto male comunque.